Daytona tragica, due piloti perdono la vita. Il racconto di Dario Marchetti

Daytona tragica, due piloti perdono la vita. Il racconto di Dario Marchetti

Daytona tragica, due piloti perdono la vita. Il racconto di Marchetti Drammatico incidente a Daytona nella giornata di prove libere prima dell’ inizio delle Race of Champions motociclistiche: a causa delle ferite riportate hanno perso la vita il veterano Rick Shaw, istruttore della scuola di guida Team Hammer Advanced Riding School, e il suo allievo Eric Desy. I due sono entrati in collisione in una delle due curve sopraelevate, la East Banking, forse per una incomprensione.

«Le curve sopraelevate sono particolarissime ed è necessaria una tecnica singolare per affrontarle – ha spiegato Dario Marchetti, unico italiano invitato alla serie di gare riservate ai piloti che hanno conquistato almeno un podio nel campionato americano –: la pista è inclinatissima, bisogna curvare restando il più in alto possibile, vicino al muro di contenimento, e poi in uscita venire giù bruscamente, sfruttando la discesa per raggiungere una velocità più elevata. È difficilissimo e per questo spesso chi non è esperto ingaggia un veterano, come lo era Shaw, per farsi insegnare. Ma Shaw ha seguito la traiettoria giusta mentre il suo allievo è rimasto in basso, le loro linee si sono incrociate e si sono agganciati. Lì si viaggia a 300 all’ora, l’ incidente è stato terribile».

Shaw era un pilota espertissimo, aveva 65 anni e aveva corso per quasi 30 anni nelle gare americane, si era ritirato nel 2006 e per lungo tempo aveva avuto il record del maggior numero di miglia percorse (negli anni) nella 200 miglia di Daytona: 3728,33, primato superato nel 2011 da Ricky Orlando. Il programma della Race of Champions comunque è andato avanti: ieri notte sono state disputate la prima manche della Battle of Twins e della Sound of Thunder, vinte entrambe da Shane Turpin. Marchetti è in gara con una Ducati 1199 Panigale molto vicina alla versione di serie, ed ha ottenuto un quarto e un sesto posto. «Il mio problema è che devo stare sempre in scia – ha spiegato – perché il motore spinge poco: appena cerco di superare i miei avversari e li affianco, all’uscita delle curve, quelli allungano e se ne vanno. Ma devo essere contento: la crisi c’è per tutti e il team Ducshop che mi dava la moto ha sospeso l’attività, il mio ex team manager Tim Robinson mi dà una mano ma ho potuto correre solo grazie all’ex sponsor della squadra, Rod Snyder, che mi ha messo a disposizione una delle sue moto personali. Lui è stato eccezionale; certo, il motore è di serie e quelli degli altri no, però così posso partecipare a questo gruppo di gare cui tengo moltissimo, e in qualche categoria posso tentare il colpaccio: ci sono le condizioni per farlo, nella SOT siamo arrivati tutti in volata dal secondo al sesto. Il guaio è che il sesto ero io».

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